Rubriche : romanzo rossonero
martedì, 4 febbraio 2020, 15:21
di alessandro lazzarini
La Lucchese assapora la vetta della classifica: la squadra non riempie gli occhi, ma lotta con orgoglio e ora sembra possibile ciò che sembrava impensabile, lottare per la vittoria del campionato. I tifosi non vogliono altro che tornare nel calcio che conta, in palcoscenici più consoni a quello che gli appassionati rossoneri mettono in scena ogni domenica sulle tribune di ogni stadio dove gioca la Pantera, a Sanremo arricchite anche dalla ingegnosa coreografia dei padroni di casa, così che al fischio d'inizio la gradinata del 'Comunale' figurava in un tripudio biancazzurro e rossonero da grande evento. Tuttavia proprio la passione inscenata dalle poche decine di tifosi della Sanremese e dagli appassionati giunti da Lucca ci impone una riflessione su ciò che è diventato il calcio in provincia, perché lo spettacolo offerto dalle due 'tribù' di tifosi in un certo senso risuonava anche da esibizione da 'riserva indiana', come fosse la messinscena di una varietà umana in via d'estinzione che prova a resistere al trascorrere del tempo e degli eventi. E' vero che si tratta di Serie D, ma la miseria numerica espressa dalle presenze nelle categorie inferiori è ormai giunta a livelli che possono mettere in dubbio la legittimità di un calcio professionistico al di fuori della Serie A e B; a Lucca in particolare i fallimenti della società hanno falcidiato la tifoseria in modo esagerato, tanto che le presenze sia casalinghe che in trasferta sembrano coinvolgere sempre e soltanto le stesse poche persone, certo portatrici di un affetto e di una passione romantica e smisurata, ma anche in qualche modo soli e abbandonati dalla città e da un movimento del pallone che sembra incapace di valorizzare e suscitare interesse al di fuori delle grandi squadre-multinazionali. Fra le tante sfide che la nuova società deve affrontare quindi, la più difficile sembra essere proprio quella di ridestare il bacino potenziale di tifosi rossoneri e avvicinare le nuove generazioni allo stadio. Anni di insuccessi, mancanza di prospettive, ambizioni e assenza dai campionati più importanti hanno nei fatti tranciato il legame fra Libertas e buona parte dei suoi tifosi, allontanando anche la squadra cittadina dall'orizzonte delle possibilità dei ragazzi cosiddetti 'millenials', sovrastati anche da una retorica calcistica massmediatica che si è trasformata da narrazione sportiva a rotocalco rosa dove al centro della notizia non c'è più il fatto agonistico, ma l'individualità del campione patinato di turno. Giocare in squadre di provincia appare oggi costantemente come un rito di passaggio per i giocatori, che a tutti i livelli in interviste e dichiarazioni considerano punto d'arrivo l'approdo in uno dei club blasonati, come se ormai arrivare a certi livelli potesse essere alla portata di chiunque.
La settimana scorsa la tragedia di Kobe Bryant ha fatto emergere la differenza enorme che c’è fra i giocatori burattini che invadono ogni cosa per dare al pubblico il nulla da consumare e i giocatori che hanno peso e spessore fuori dal gioco; i numeri di altri cestisti sono più importanti, ma Bryant era un giocatore romantico e di mentalità: non ha cambiato squadra per cercare sempre i più forti con cui vincere, non ha abbondato i Lakers in un periodo di ricostruzione fatto di umilianti sconfitte, non si è messo a fare pubblicità in mutande, ha parlato di chiudere la carriera a Reggio Emilia perché lì era cresciuto. LeBron James sarà il cestista dei record, di tutti i record, ma ha fatto quello che fa Ronaldo, i numeri sono loro, ma i principi del personaggio sono altra cosa. Gente come Bryant nel calcio è ormai rara come i quadrifogli, i giocatori bandiera se li possono permettere solo le grandi squadre e anche quelle ormai li gettano via come carta straccia quando ritengono di poterci fare una plusvalenza o non li vogliono più fra i piedi poiché rischiano di richiamare i sentimenti del pubblico oltre l'unico risultato che si vuol perseguire, cioè l'utile economico.
La particolarità della Serie D è che ci sono i giocatori che hanno scelto questa categoria come loro dimensione, gente che potrebbe giocare anche nei professionisti ma che mentre in Serie C sarebbe un nome come tanti, in D è vincente e può strappare contratti migliori in squadre che vogliono vincere. Per questi giocatori la Lucchese può essere un punto di approdo, ma quando sarà di nuovo varcata la soglia della categoria, torneremo ad essere infarciti di ragazzi che dopo due buone partite sentiranno suonare le campane di qualche squadra più importante e che magari dopo un buon girone d'andata prenderanno il volo verso altri lidi. Questo è oggi tifare squadre di provincia: inseguire una maglia per il suo significato unico, culturale e sociale e questo è l'unico patrimonio che hanno da vendere le società che non sono Juventus, Inter, Milan e così via. Ma a chi interessa ancora? Il calcio è stato uno dei fatti sociali più significativi nell'Italia del dopoguerra, la piega intrapresa dal pallone va invece nel verso dello sradicamento del pubblico dall'identificazione con il fenomeno sportivo come forma d'espressione della propria comunità d'appartenenza, quindi esistono due soli modi per riavvicinare il pubblico allo stadio: vincere e arrivare in Serie A, oppure fare in modo che la Lucchese Libertas sia un simbolo identitario unico e significativo per un territorio di riferimento, un 'fatto sociale' che unisce prima ancora di una semplice squadra sportiva.
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