Rubriche : romanzo rossonero
martedì, 17 settembre 2019, 14:25
di alessandro lazzarini
Quando la Lucchese scende in campo in Serie D parte sempre favorita contro qualsiasi avversario ed ha l'obbligo di vincere. La 'tradizione' è la trasmissione nel tempo di fatti, avvenimenti e sentimenti che diventano memoria ed essenza; la storia determina il modo in cui qualcosa è percepito dagli altri a livello di significato e da questa percezione derivano aspettative che sono oneri per chi è necessariamento chiamato a confermare il valore del suo 'nome'. Calcisticamente questo significa che quando la Juventus gioca in serie B deve vincere il campionato, così come accade al Bari quando è in serie C e alla Lucchese in serie D: ogni squadra ha la sua 'dimensione' storica che si è impressa nella psicologia dei tifosi e che è sempre prevalente alla materialistica realtà dei fatti. In sostanza poco importa se in concreto compagini come Chieri, Bra o altri hanno più soldi, più preparazione atletica o sono più strutturate della Libertas appena rinata dalle sue ennesimi ceneri, perché i Rossoneri a causa della loro tradizione comunque sia devono vincere, così come gli uomini che nell'attuale incarnano la storia ultracentenaria del 'nome' hanno l'onere e l'obbligo di parlare sempre come se fossero favoriti, non accampare mai scuse quando il risultato non è favorevole e non ammettere nemmeno per un istante che la partecipazione della Lucchese al campionato dilettanti non sia finalizzata alla vittoria finale. Questo è il fardello della tradizione, cioè un carico che a causa della tua natura devi portare sulle spalle e non puoi toglierti di dosso.
C'è una grandissima differenza fra il giocare nei dilettanti e l'essere dilettanti; la prima ipotesi è qualcosa che nell'arco della storia può capitare, il secondo caso invece significa rassegnarsi a una nuova realtà inferiore e si verifica quando si comincia ad accettare come ordinaria normalità una sconfitta col Grassina o col Real Forte Querceta, magari dopo aver presentato la stagione con fare da 'pompieri' per raffreddare le aspettative di una piazza che si percepisce in modo coerente con la sua tradizione. Sia chiaro, non è che vogliamo imbastire una critica per una sconfitta o per dei risultati inferiori ai pronostici, ci preme invece solo rimarcare come l'impegno di far rinascere la Lucchese si porti dietro anche il 'fardello' di cui sopra e, purtroppo o per fortuna, poco importa se la razionalità degli eventi rende del tutto possibile e plausibile il campionato di basso profilo che la società ha prospettato; quello che vogliamo dire è che se dovessero arrivare sconfitte col Ghiviborgo o, ad esempio, con la Fossanese, o scoppole con la corazzata Prato, non ci saranno 'leggende' rossonere e realismo che tenga: i tifosi rossoneri si spazientiranno e, quai pochi che dovessero rimanere a sostenere una squadra in cui non riconoscono il prestigio storico necessario, saranno ben delusi a prescindere dallo sforzo profuso nella rinascita.
La storia, ovvero la tradizione, non è un marchio indelebile, ma un processo che, in quanto tale, può variare i significati; se si fosse parlato di tradizione della Lucchese negli anni Cinquanta, di certo avremmo pensato a una squadra da serie A o serie B, poi come sappiamo i fatti hanno variato questa percezione fino alla dimensione attuale, che comunque prevede ancora una realtà professionistica con qualche sogno, sempre raffreddato ma mai completamente sopito. Il rischio attuale è dunque quello di dare una svolta al 'processo' di costruzione del significato storico del 'nome' adeguandolo ad una possibilità ancora più mediocre di quella precedente, cioè la riduzione al dilettantismo della Lucchese. I presupposti sembrano esserci tutti: squadra senza ambizioni di vittoria del campionato, dirigenti che parlano di avversari misconosciuti considerandoli superiori, nessuna continuità con la squadra precedente, stadio sventrato e senza un progetto concreto di ricostruzione a breve e quindi declassato a campetto di periferia coi settori chiusi. D'altra parte è un ridimensionamento che se arrivasse al calcio seguirebbe quello operato complessivamente dalla città e spinto all'eccesso dal sindaco Tambellini. Prima capitale, poi capoluogo, oggi Lucca sembra sempre più periferia dei centri che contano, svuotata come non mai di istituzioni e importanza politica nel circondario, senza nuove infrastrutture da decenni, senza banche del territorio, senza ospedale, senza università, senza cinema, senza sport ad alto livello a parte il miracolo 'Le mura' basket e pochi altri sempre dovuti al genio e al lavoro di qualche gruppetto isolato mai a un progetto complessivo, senza progetti ambiziosi che non siano eventi folkloristici, un po' come avviene nei satelliti metropolitani di villeggiatura. Troppo spesso chi tiene in mano le redini del destino della città l'ha voluta considerare come un ridente paesino della campagna toscana invece che come una centro urbano di medie dimensioni fra i più indistrualizzati del Centro Italia e con una storia secolare da far impallidire interi stati sovrani. Quando mancano ambizioni e desideri di grandezza manca anche l'opportunità di costruirsi un futuro radioso. Con la città è andata così, nel calcio forse c'è ancora qualcosa da salvare, che i tifosi non lo dimentichino.
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