Mondo Pantera

Il mio treno per Ferrara

domenica, 17 febbraio 2013, 18:17

di fabrizio vincenti

Anni in bianco e nero, anni di piombo. Anni di un'Italia molto diversa dall'attuale, anni ormai scoloriti anche nei ricordi, anni che sembrano mai esistiti per i più giovani, ma che, pensandoci bene, sono dentro di noi. Forse più di quello che si immagini. Era il 1978, chi scrive non raggiungeva nemmeno i 12 anni, l'Italia, tanto per cambiare, era governata dai soliti partiti andati al governo dopo la fine della guerra persa, ma che avevamo fatto finta di vincere. Sulle strade, in una spirale che all'epoca era ormai ordinarietà, crepavano giovani e meno giovani. Chi di droga, chi con un'arma in mano, illudendosi di cercare un'Italia migiiore, chi nemmeno con un'arma in mano. Come, tra i tanti, i giovani missini freddati ad Acca Larenzia proprio nel gennaio di quel 1978.

E il calcio? il calcio teneva duro, anzi cresceva come interesse, anche se le sponsorizzazioni e le tv non si erano ancora affacciate, ma stavano per fare le prime timide comparse. Era un calcio popolare e più rustico. In serie A, la lotta era tra Juventus e Milan, con il Torino che viveva una nuova stagione di sole dopo la tragedia di Superga. Un calcio dove i protagonisti guadagnavano relativamente poco e nel quale, sugli spalti, come nelle strade, la violenza era quotidiana, con le forze dell'ordine non ancora in grado di comprendere il fenomeno ultrà in esponenziale crescita.

Le prime coreografie artigianali con tanto di croci e bare per gli avversari che erano nemici, gli striscioni disegnati con la tinta e il pennello. I tamburi, i fumogeni che tanto fastidio davano ai tranquili spettatori di mezza età. i cori guerreschi, le prime sciarpe in serie, le tessere: ultras, commandos, boys, brigate, nuclei. A scimmiottare quello che succedeva nelle piazze, anche se la politica non si era ancora issata del tutto dentro gli stadi. La politica si faceva, e non solo con la voce, in piazza non su twitter. Ma lo stadio era una moda, uno stile di vita, un polo di attrazione per tanti giovani che per certi versi avevano preso il calcio come la via Pal. E giù sassate, razzi ad altezza d'uomo, ma anche spranghe e coltelli. A chi dice che oggi c'è violenza nel calcio farebbe bene, se ha una certa età, a tornare con la mente a quel periodo. Incommesurabilmente più pericoloso di ora, nonostante per interesse ci dicano il contrario. 

Già, il 1978: l'anno di Spal-Lucchese. Una gara che potrebbe volere dire il ritorno, dopo una vita, in serie B. E poi, chissà. Del resto con Romeo Anconetani a guidare la Lucchese si può sognare. Anzi, si deve, perché lui è un affabulatore e un sognatore. Un capopopolo, destinato a trovare la fortuna a 20 chilometri, in una città di cui ci sfugge il nome, ma che nonostante questo avrà sempre il massimo rispetto anche al di qua del foro. I treni speciali per Ferrara. E una città intera, una comunità che si cementa come mai un ragazzo di 12 anni aveva visto e non avrebbe più rivisto dentro e fuori le Mura. La sensazione forte, bella, vibrante di essere parte di qualcosa di più grande dei nostri corpi fatti di acqua, pelle e ossa. Una città sonnecchiosa che si mette a raccogliere fondi tra i commercianti per contribuire a pagare le spese di allestimento dei treni speciali. E che, infatti, grazie a quella sottoscrizione, furono offerti a 1000 lire a persona. Una città elettrica, finalmente. Dentro i bar, nei negozi, dal giornalaio, dal barbiere, a scuola non si parla d'altro. Tutti con la Lucchese, anche i tiepidi.

Parte il martellamento a papà. "Ci vanno tutti, mica vuoi rimanere a casa?". "Vediamo, dai, ma è lontano, non è il caso". "No, dai: che vediamo? Ci si gioca la serie B e vuoi stare a casa? Dai, papà!! Su!!!". "Vediamo, ma dove si trovano i biglietti per il treno?". E' fatta, non occorre insistere. E del resto è lui il primo tentato dall'avventura. Troppi rospi ingoiati in tanti anni tra serie D e C per chi, sia pure da piccolo, ha assaporato la serie A, il grande Torino, il Milan, la Juventus, le pappine rifilate ai viola. E' fatta. Senza nemmeno troppa fatica.

Siamo ai primi di marzo, tra qualche giorni le br rapiranno Aldo Moro e sarà l'inizio della loro fine. A Lucca, la città è una pentola che bolle senza sosta. Un treno riempito. Poi il secondo. Infine il terzo. Oltre a chi sceglie di andare in macchina e qualcuno noleggia per l'occasione pullman. Incredibile, a conti fatti sono circa seimila persone. Si parte con il secondo treno, ogni treno ha una contromarca di colore diverso per evitare confusioni oltre quella inevitabile per un vero e proprio esodo. E gli altri? Resteranno in piazza del Giglio ad attendere notizie sotto la sede de La Nazione. Peggio per loro.

Al collo la sciarpa, appena presa in sede, in via Nazario Sauro, a strisce rossonere, un modello che ora si definirebbe vintage, e che a me arrivava quasi ai piedi. In mano la mia inseparabile bandiera con la Pantera gialla al centro, presa al Brancoli, in via Fillungo anni prima, una domenica mattina. Papà, non trovando altro, come asta adatta un tubo metallico di colore marrone. Un supporto che ora assicurerebbe un daspo per 5 anni e una denuncia, tanto per dire. Nello scompartimento, leggermente preoccupato, da uomo che ha sempre fatto del rispetto della legge un chiodo fisso, chiede ad alcuni giovani se potremmo avere problemi. Uno di loro, sorridendo, si mette una mano in tasca e estrae una catena: "Si figuri, io mi sono premunito per ogni evenienza...". 

A Prato, in una stazione quasi deserta, è un boato fortissimo, assordante: "Cenciai, cenciai, cenciai!". In duemila lo gridano, in venti sulla banchina delle stazione centrale ascoltano attoniti. Il treno deve dare precedenza agli ordinari, per arrivare a Ferrara ce ne vuole, la gente si scalda con i cori nelle stazioni e consumando spuntini artigianali nelle carrozze. Prosciutto, pane, mortadella, frittata, vino, birra. Gli odori si spandono negli scompartamenti. Mentre cresce l'attesa.

Ecco la stazione! E' un uragano di urla, una marea che scende sui binari. Ci instradano come possono verso lo stadio. E' un corteo lunghissimo, il primo treno è naturalmente già arrivato. Lo stadio ci attende. La gradinata è riservata ai lucchesi. Siamo una quantità pazzesca, è tutto un salutarsi e riconoscersi. C'è davvero mezza Lucca. Dal medico, all'operaio della Cantoni, al dipendente comunale, al negoziante. E tanti ragazzi e donne. Da S.Anna, come da San Vito, da Cittadella come dai comuni vicini. Chi ha potuto si è lasciato contagiare da Anconetani che aveva chiesto una presenza record e, una volta tanto, i lucchesi si sono sciolti. Al punto che gli emissari della società rossonera per ben tre volte in settimana sono dovuti tornare in Emilia per farsi dare pacchi di nuovi biglietti. Altro che tessera del tifoso, Lottomatica e acquisti on line...

La gradinata è ormai piena quando i tifosi di casa sono in buona parte ancora a casa. Per loro ci sarà modo di arrivare con calma allo stadio. L'impianto è un compromesso tra la modernità e il vecchiume. Bella la tribuna e la curva di casa, addirittura coperta, un lusso per i tempi, la gradinata, invece, è da museo, fatta in tubi innocenti e panche di legno. Se ti cade qualcosa, buonanotte. Va diretto a terra, giù di sotto. Da museo è anche la recinzione. E alcuni tifosi rossoneri non se lo fanno ripetere due volte, la scavalcano e vanno, con un pallone rossonero a realizzare un gol sotto la curva dei padroni di casa. Il guanto della sfida è lanciato. 

Un guanto che i rossoneri guidati da mister Meregalli raccolgono e alla fine del primo tempo, grazie ad una gara straordinaria per intensità e applicazione tattica, si portano al riposo in vantaggio di due gol. Sembra di volare. Io mi perdo nelle bandiere, guardo e riguardo lo stadio ammutolito, poso gli occhi sui nostri che festeggiano e urlano a pieni polmoni. Papà è una corda di violino. E' la seconda volta che andiamo in trasferta, la prima qualche anno prima per un Empoli-Lucchese, in cui, casualmente, venne organizzata una gita nell'amena città toscana. In qualche modo papà provava a non farmi attaccare troppo al calcio, relativizzandolo, tenendomi alla larga. Inutile. Anche perché pure a lui faceva chiudere le vene dall'emozione. E a un bimbo non sfugge. E buon sangue non mente.

Ma la gioia dura poco. Di traverso si mette, prima di tutto l'arbitro, il signor D'Elia di Salerno, uno che ha fatto carriera, anche grazie a simili prestazioni, e al quale ho sempre augurato ogni sciagura sportiva possibile negli anni successivi. Anche di fare le fine di Buzzanca, arbitro in film cult di quei tempi, che impazzisce, fischietto in bocca, e passa dal campo al manicomio. Senza grande successo, visto che il nostro raggiunse la serie A, dove ha potuto farsi ammirare dagli spettatori di tutta Italia e non solo. Rigore dubbio, per non dire inesistente, per i padroni di casa. Ho il cuore in gola, spero in Pierotti, il portierone con i baffoni, uno che mi ispira fiducia. Fa il professore di scuola. E' un rigore decisivo, se la Spal accorcia, manca tanto alla fine e il contraccolpo in questi casi è quasi garantito. Lo battono dalla parte opposta alla curva spallina. Sono quasi in linea con la porta. Parte il giocatore, Pierotti respinge, ma l'attaccante è lesto a riprendere e insaccare. Mi viene voglia di piangere. Sento che sarà durissima ora. Il sogno senza macchia si è rotto.

Il pubblico di casa è galvanizzato, la Spal trova coraggio, attacca a testa bassa; la Lucchese sembra un pugile a cui, a sorpresa, hanno mollato un montante. Barcolla. Prova in contropiede a reagire e in uno di questi D'Urso, il bomber, viene steso in area. D'Elia, naturalmente, lascia giocare. Basta guardarlo nelle sue movenze arroganti per capire che da lui non riceveremo né regali e nemmeno il dovuto. Alla fine la Spal, come prevedibile, pareggia. Per la Lucchese, sotto in classifica e con un solo posto per la promozione, è come perdere. In seimila capiscono che i tempi della serie B, anche questa volta, non arriveranno. E qualcuno perde la testa. Fuori succede di tutto. Papà mi tiene per mano e mi tranquillizza. "E' andata così, dai ora pensiamo a tornare, stammi sempre accanto. Peccato, ma certo che arbitro ci hanno mandato!". Mi sistemo la sciarpa al collo. Non la mollerò più. Alla faccia di D'Elia. 

 



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