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Quando s’imparava a giocare all’Alberone o ai Tre alberi

lunedì, 6 aprile 2026, 09:25

di gustavo micheletti

Nella storia sportiva di ogni Paese ci sono momenti in cui i risultati smettono di essere un incidente e diventano un sintomo. Le mancate qualificazioni ai Mondiali della Nazionale di calcio dell'Italia non sono più soltanto una delusione sportiva: sono anche il segno visibile di una trasformazione più profonda, che riguarda il modo stesso in cui si impara - e forse, prima ancora, il modo in cui si vive - il gioco del calcio.

A Lucca, per chi ha qualche decennio sulle spalle, quel modo di vivere il gioco era molto semplice: ci si vedeva sugli spalti intorno alle mura, vicino alla stazione, all’«Alberone» o ai «Tre Alberi», si mettevano le borse al posto dei pali e si giocava per ore. Due capitani, scelti tra i più bravi o i più intraprendenti, sceglievano i compagni di squadra uno ad uno, dal più forte al più brocco, ma si giocava tutti.

Non c’erano cambi, non c’erano tattiche, si giocava quasi tutti all’attacco, le partite finivano con punteggi improbabili, come 13 a 5 o 9 pari, alla fine il tempo che si passava a ridere non era di molto inferiore a quello che si passava a giocare e non c’era un tempo stabilito: si giocava finché c’era luce. Se qualcuno arrivava in ritardo, si aggregava, meglio se erano in numero pari, perché potevano andare a rafforzare in modo teoricamente paritetico le due squadre.

Dentro quel caos organizzato, dal punto di vista umano e calcistico accadeva però qualcosa di straordinario: i più bravi emergevano davvero, perché avevano spazio per provarci, per sbagliare, per inventare. I meno bravi, a loro volta, miglioravano senza accorgersene, trascinati dal ritmo del gioco e dal desiderio di non sfigurare troppo, e comunque tutti si divertivano nel modo più inclusivo senza che nessuno conoscesse il significato di questa parola, che probabilmente non esisteva nemmeno.

Quando poi i ragazzi più bravi passavano nelle squadre organizzate, con uno o due allenamenti alla settimana arrivavano già formati in qualcosa che nessun esercizio avrebbe potuto insegnare: il rapporto vivo con il pallone, con il proprio estro e con il proprio eventuale talento. Poi, dentro una struttura più ordinata, i migliori trovavano il modo di distinguersi, di affinarsi, di diventare giocatori veri. In altre parole, l’organizzazione e la tattica venivano dopo, non prima, di aver acquisito una qualche personalità sotto il profilo calcistico.

Oggi, invece, il sistema precede il giocatore, lo anticipa, lo inquadra, lo orienta fin dai primi anni. Anche a Lucca, mi è capitato d’imbattermi in gruppi di ragazzi di 13 o 14 anni che nelle nebbie invernali si allenano sotto la luce fioca di qualche fanale, facendo per lunghi tratti esercizi piuttosto noiosi, ma il problema è più generale. Nei settori giovanili italiani si è affermato un modello fortemente strutturato: allenamenti minuziosi, esercizi codificati, attenzione precoce alla tattica. Tutto questo ha una sua razionalità, e in parte ha prodotto anche miglioramenti sul piano organizzativo, ma ha avuto un costo non trascurabile, forse decisivo, almeno a giudicare dai risultati conseguiti negli ultimi anni dal nostro calcio.

Quel costo si misura nella progressiva riduzione del tempo di gioco libero. In molti contesti europei - si pensi alla Francia, alla Spagna o alla Germania - i programmi federali hanno cercato di mantenere, accanto alla formazione tecnica, ampi spazi di gioco spontaneo, riconoscendo che la creatività non si insegna soltanto: si lascia accadere. Non è un caso che sistemi come quello francese abbiano prodotto generazioni di giocatori tecnicamente e mentalmente completi.

In Italia, invece, si è spesso scelto di anticipare la complessità: schemi, posizioni, letture tattiche vengono introdotti quando il bambino non ha ancora consolidato un rapporto libero con il pallone. Il risultato è paradossale: si cerca di formare giocatori intelligenti comprimendo proprio quella dimensione di libertà da cui l’intelligenza calcistica nasce.

La differenza si vede nei dettagli: nei controlli, nei tempi, nella capacità di improvvisare. Ma soprattutto la si vede in ciò che manca: una giocata inattesa, una finta spiazzante, un tiro imprevedibile o un assist capace di perforare la linea difensiva. Giocatori come Roberto Baggio, Francesco Totti o Alessandro Del Piero non erano soltanto tecnicamente dotati: erano giocatori mentalmente liberi, capaci di sottrarsi, quando serviva, alla logica stessa del sistema.

Ma il punto, ancora una volta, non riguarda solo il calcio. Il calcio, come spesso accade, è uno specchio della società in cui viviamo, dei suoi valori, dei suoi umori e della sua capacità di divertirsi. Non a caso, la stessa tensione tra libertà e controllo attraversa oggi la scuola. Anche qui, negli ultimi decenni, si è assistito a una progressiva strutturazione dei processi: verifiche, griglie, indicatori, procedure. L’intenzione è comprensibile, ma il rischio è quello di trasformare l’apprendimento in un percorso eccessivamente regolato.

L’insegnante dispone di spazi sempre più ridotti per sfruttare appieno la sua vocazione didattica e lo studente si muove in un ambiente in cui l’errore è subito classificato e ridotto al coefficiente di un punteggio. S’impara, ma si impara sempre meno a scoprire il gusto d’imparare.

Eppure, proprio come accadeva all’«Alberone» e ai «Tre Alberi», l’apprendimento autentico nasce spesso da uno scarto, da una deviazione, da un momento non previsto. La sintonia che può nascere in quel momento, la curiosità autentica che vi si può generare, così come la capacità di esprimersi e manifestare le proprie predisposizioni non sono un lusso, ma la condizione di ogni processo formativo, tanto a scuola quanto su un campo di calcio.

Il problema, quindi, non è scegliere tra libertà e organizzazione, ma stabilire un ordine giusto tra le due. Un tempo, a Lucca come in ogni altra parte d’Italia, quell’ordine era intuitivo: prima il gioco, poi la struttura. Oggi sembra essersi rovesciato: prima la struttura, e il gioco alla fine, in una partitina controllata. Forse allora è proprio qui che si annida una parte della crisi, non solo del calcio, ma di un modo più generale di formare le persone: si è pensato di migliorare i risultati aumentando il controllo, ma così si è ridotta la qualità dell’esperienza e la capacità di valorizzare il talento, tanto nel calcio quanto nella vita.



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