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Quando anche in serie D si vedeva un bel calcio

foto alcide

martedì, 17 marzo 2026, 08:16

di gustavo micheletti

Ci sono squadre che restano nella memoria per le promozioni, per le coppe, per i grandi traguardi raggiunti. E poi ce ne sono altre che rimangono nel cuore dei tifosi per qualcosa di meno misurabile ma forse ancora più importante: la gioia che seppero dare a chi le vide giocare, il divertimento e le emozioni che sapevano provocare. Per i non pochi tifosi che seguono la Lucchese da decenni, una delle squadre più belle e divertenti mai viste – forse anche di più di quella guidata da Corrado Orrico, nonostante i ben più prestigiosi traguardi sportivi conseguiti da quest’ultima - resta quella allenata da Giuliano Tagliasacchi.

Tagliasacchi apparteneva a quella generazione di uomini di calcio cresciuti quando il pallone era ancora soprattutto un gioco e solo in parte uno spettacolo organizzato. Da calciatore era stato un attaccante di buon livello, protagonista negli anni Trenta con la Fiorentina e protagonista della promozione dei viola in Serie B nel 1939. Era un uomo di campo, uno che aveva imparato il calcio prima con i piedi che con le lavagnette tattiche. Quando arrivò a Lucca portò con sé proprio questo spirito: un’idea di calcio semplice ma generosa, offensiva, in cui il pallone doveva girare e la squadra doveva avere il coraggio di attaccare.

Quella Lucchese militava in Serie D e non riuscì neppure a conquistare la promozione in Serie C. Eppure, a distanza di molti anni, resta nel ricordo di molti una delle più divertenti e delle più amate. Perché il calcio non è fatto soltanto di categorie e classifiche, di punti conquistati tirando sempre fuori un sospiro di sollievi al fischio finale. È fatto anche di classe, di entusiasmo, di fantasia, e di un certo modo spregiudicato, creativo e coraggioso di stare in campo.

In quella squadra giocavano calciatori che il destino non premiò quanto avrebbero meritato. Erano giocatori veri, capaci di accendere una partita con una giocata improvvisa, con un tocco imprevedibile tra le linee. In attacco c’erano uomini come Dario Cavallito, detto anche “Cavallo pazzo”, e Francesco Volpato, attaccanti a un tempo estrosi e tecnici, sempre pronti a cercare la porta e a inventare qualcosa. Volpato, in particolare, seppe imporsi come uno dei protagonisti di quella stagione diventando anche uno dei migliori marcatori della squadra, pur non essendo una vera punta. A centrocampo c’era la personalità di Paolo Lazzotti, giocatore intelligente, capace di dare ordine alla manovra e di collegare i reparti con naturalezza.

Erano calciatori che probabilmente avrebbero meritato palcoscenici più alti. Ma il calcio ha sempre avuto anche questa ironia un po’ crudele: a volte le squadre più divertenti nascono proprio lontano dalle categorie più prestigiose, dove magari qualche campione mancato riesce far vedere, per un certo periodo della sua vita calcistica, tutto il suo valore.

Perché allo stadio, in fondo, si possono vivere essenzialmente due stati d’animo prevalenti. Il primo è quello che purtroppo molti tifosi della Lucchese conoscono bene: guardare l’orologio e pensare con apprensione “speriamo che l’arbitro fischi presto, perché altrimenti questi ci segnano”. Il secondo è esattamente l’opposto: sentire che la squadra ha il comando del gioco e pensare con entusiasmo “vai, che adesso gliene facciamo un altro”.

Il primo stato d’animo è fatto di paura, di “palla lunga e pedalare”, di difese arroccate, di furbizie e di perdite di tempo, di classifiche guardate e riguardate più volte il giorno dopo per fare calcoli in vista di una promozione eventuale o di una salvezza. Il secondo è fatto di fiducia, di giocate imprevedibili, di scambi veloci e di ripartenze fulminee, e insomma, in poche parole, di un calcio molto più divertente.

La Lucchese di Tagliasacchi apparteneva senza dubbio alla seconda categoria. Non sempre vinceva, ma giocava. E quando una squadra gioca davvero, lo spettatore se ne accorge subito. La partita diventa una storia che si svolge sotto i tuoi occhi, e nonostante le sofferenze, che naturalmente non mancano mai, le emozioni positive superavano di gran lunga quelle tristi e impaurite che hanno caratterizzato molte altre annate. Forse è per questo che, nonostante la ben poco gloriosa serie D, quella squadra è rimasta nel cuore di chi ha avuto la fortuna di vederla giocare.

Fra i ricordi più vivi di quegli anni ce n’è uno che ancora oggi viene raccontato con una specie di nostalgia epica: la grande trasferta di Ferrara. Era il 12 marzo 1978 e allo stadio Paolo Mazza si giocava una partita decisiva. Da Lucca partirono migliaia di tifosi. Si calcola che fossero circa seimila al seguito dei rossoneri sugli spalti ferraresi, uno degli esodi più impressionanti che la tifoseria lucchese abbia mai organizzato.

La giornata sembrava destinata a entrare nella leggenda. La Lucchese chiuse il primo tempo in vantaggio per due a zero e per lunghi minuti sembrò davvero a un passo da un’impresa che avrebbe potuto cambiare il destino del campionato. Poi la partita prese una piega diversa, tra episodi controversi e decisioni arbitrali discusse, e la rimonta degli avversari spense il sogno. Ma il risultato, col tempo, è diventato quasi un dettaglio. Ciò che rimane è il ricordo di quel viaggio, di quei pullman, di quella marea rossonera sugli spalti, che sembrava fare tutt’uno con la qualità di quel gioco.

Perché il calcio, soprattutto nelle categorie minori, è fatto anche di questo: di strade percorse insieme, di partenze all’alba, di comunità che si muovono compatte dietro la propria squadra. E insieme alla squadra resta nella memoria anche l’atmosfera degli stadi di provincia di quegli anni. Si giocava quasi sempre la domenica pomeriggio, alla luce del sole, che d’inverno illuminava il campo con una luce obliqua che faceva brillare l’erba e disegnava lunghe ombre sulle tribune. In primavera l’aria diventava più tiepida e lo stadio sembrava quasi una piazza di paese dove tutti si ritrovavano.

Le gradinate erano piene di cappotti, cuscini, sciarpe e radioline accese per seguire i risultati dei campi della seria A, mentre ogni tanto si poteva riconoscere dall’inconfondibile odore chi accendeva una nazionale esportazione o un sigaro toscano. Gli stadi non erano perfetti, spesso erano un po’ scrostati, ma avevano un’anima, mentre oggi il calcio delle categorie minori sembra spesso costretto dentro un’altra dimensione. Le partite vengono spezzettate dagli orari televisivi e sempre più spesso si gioca di sera, sotto riflettori freddi, tra le brume di certi lunghi pomeriggi invernali per assistere a partite che assomigliano di più a un supplemento della settimana lavorativa che a un divertimento. Gli stadi di provincia diventano così dei luoghi quasi irreali, sospesi nella nebbia e nel silenzio, a parte naturalmente il suono dei tamburi, che però spesso fa da sfondo in modo un po’ lugubre a un gioco annoiato, senza slanci e senza luce esattamente come il clima in cui si svolge.

Già, perché a quest’atmosfera poco allegra spesso si aggiunge un calcio povero di idee, fatto soltanto di lanci lunghi e corse disperate - il vecchio “palla lunga e pedalare”, appunto – e lo spettacolo inevitabilmente si impoverisce, fino a diventare qualcosa di triste, un lontano parente povero delle nottate di UEFA Champions League che ognuno si può vedere comodamente dal divano di casa sua e che costituisce spesso una sorta di concorrenza sleale.

Ma la storia di quella Lucchese dimostra una cosa molto semplice: per divertirsi allo stadio non è necessario militare nelle categorie più prestigiose. Basta veder giocare un bel calcio.

La Lucchese è una società che, per storia e tradizione, può ambire tranquillamente alla Serie B. Ma il viaggio per arrivarci non deve necessariamente essere una faticosa attesa piena di paure e calcoli. Può diventare, invece, un percorso appassionante anche se dovesse richiedere, una volta usciti dall’Eccellenza, un anno in più del previsto. L’importante è costruire bene un progetto sportivo che sia destinato a crescere, a irrobustirsi col tempo, a produrre gioco di qualità e, attraverso il gioco, un numero sempre maggiore di vittorie future.

Ogni attesa può essere infatti molto noiosa per chiunque ami qualsiasi tipo di gioco. Forse solo per gli appassionati di pure classifiche, più che del gioco in sé, può non esserlo comunque. Ma tutti coloro che amano davvero il gioco del calcio non possono essere indifferenti alla sua qualità, nemmeno nelle serie minori. Perché alla fine questo tipo di tifosi non chiede miracoli. Chiede soltanto di uscire dallo stadio con quella sensazione semplice e preziosa che si prova quando la propria squadra è risuscita a trasmettere emozioni positive, e non solo emozioni di ripiego da pericolo scampato. E queste emozioni positive sono quelle che, mentre la partita scorre veloce e si creano sempre nuove occasioni da gol, fanno scappar detto, e qualche volte gridare, “vai, che adesso gliene facciamo un altro.”, e che permettono poi, all’uscita dallo stadio, di pensare: “oggi ci siamo davvero divertiti”, sentendosi un po’ più leggeri di quando ci si è entrati.



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