Galleria Rossonera
lunedì, 9 giugno 2014, 08:13
di fabrizio vincenti
Si è fatto circa 600 chilometri, ma non è voluto mancare. Non poteva mancare. Perché la Lucchese l'ha nel cuore. Lui, apparentemente timido, mai una parola fuori posto, che con la sua altezza non certo da corazziere ha difeso la porta rossonera per cinque stagioni. Alcune difficilissime, dove parlare di società era un'utopia, altre bellissime, come quella conclusasi con la vittoria in campionato che riportò la Lucchese in serie C1. Era la squadra targata mister Melani. Quella di Fusini, Salvi, Casarotto, Monaco, tanti altri e naturalmente lui: Alberto Dal Molin. Da tantissimi anni il portiere è fuori dal mondo del calcio: dopo aver mosso qualche passo come preparatore dei numeri uno, si è messo la divisa, da vigile urbano, nella sua Milano. Ma l'amore per Lucca e la Lucchese non ha mai cessato di battere, anche a distanza. E all'invito di Lucca United per la serata conclusiva dei festeggiamenti per la riacquisita “Coppa della città” non saputo dire di no. Seicento chilometri o poco meno ne valevano la pena.
“Sono venuto con grande piacere, qui continuo ad avere ricordi importantissimi e bellissimi, qui c'è un pezzo della mia vita e sono stato orgoglioso di questo invito come pure del fatto, ed è una sensazione davvero piacevole, che le persone non si siano scordate di me e dei miei compagni”.
Che ricordi conserva della sua militanza in rossonero?
“Tanti, qui ho trovato un ambiente davvero molto bello. Ricordo i derby con la Massese e la Pistoiese accesissimi, e ricordo naturalmente il campionato vinto, ma anche quello dell'anno successivo, in cui cogliemmo un'importante salvezza. E non scordo nemmeno le annate difficili, con una società che era in forte difficoltà, con Baldi in panchina: andammo benissimo”.
La sua immagine è legata alla partita di Civitavecchia, dove dopo il gol di Salvi, salvò più volte il risultato e la promozione.
“Ci furono almeno un paio di interventi difficili, è vero. Ma fui aiutato dai compagni, come del resto sempre. Fu un'annata straordinaria, con quella gara indimenticabile contro l'Alessandria. La svolta, probabilmente, fu a Montevarchi, dove ribaltammo lo svantaggio e dove fu schierato De Rossi come libero per la prima volta”.
Qualche sua gaffes che gli è rimasta di traverso?
“A Imperia, con Rumignani in panchina, e anche a Pistoia l'anno della promozione e a Prato l'anno del ritorno in C1. Sono un tipo molto emotivo e ci rimanevo male, poi il martedì, alla ripresa degli allenamenti, passava tutto anche grazie ai compagni”.
I suoi punti di forza e quelli di debolezza da portiere.
“Data la mia statura non elevata, avevo difficoltà sulle uscite, che provavo a compensare con la reattività”.
Che tipo era mister Melani?
“Un grande motivatore, davvero molto bravo. Con me, avendo capito che ero un emotivo, si prodigava, riuscendoci, a farmi stare tranquillo. E un grande grazie lo devo anche a Sergio Buso”.
Un calcio totalmente diverso da quello attuale.
“Vero, e del resto è inevitabile: è tutto diverso: la società, i rapporti umani i giovani. No poteva che cambiare anche il calcio, per quanto il nostro mi sento di poter dire che era forse più vero”.
Dal Molin e Lucca.
“Ho il mio cuore qui e ritrovare i tifosi che ancora mi mostrano affetto è qualcosa che riempie di gioia. Chi indossa questi colori sa che gli rimangono indosso. Sono anni che non vengo più al Porta Elisa, ma ho sempre continuato a seguire la squadra e spero di trovare il modo di tornarci nel prossimo campionato dopo questa impresa che hanno fatto i ragazzi di Pagliuca a cui vanno i miei complimenti”.
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