Rubriche : romanzo rossonero

Da piazza del Popolo emerge la Lucchese di Favarin

martedì, 2 ottobre 2018, 09:19

di alessandro lazzarini

Ad Alessandria va in scena il solito copione che vede i padroni di casa compagine con ambizioni di vertice, sebbene leggermente ridimensionate rispetto al passato, e una Lucchese che dovrebbe essere fra le più 'raccattate' degli ultimi anni, ma che ancora una volta in questo inizio di campionato si rivela invece squadra che lotta col coltello fra i denti e affatto priva di valori tecnici, anzi, a ben vedere la qualità dei giocatori rossoneri sembra mediamente più alta degli scorsi anni, specie a centrocampo, dove palleggiatori come Mauri, Provenzano, Greselin e Strechie tutti insieme non si vedevano da tempo. Insomma la nobiltà Grigia non fa un sol boccone della classe operaia Rossonera (che poi come abbiamo visto tanto operaia non è) e malgrado una mezz'ora di sontuoso possesso palla, peraltro non scandito da occasioni particolarmente significative,è piuttosto la Libertas che alla fine della fiera può recriminare sul risultato, annotando a suo favore una traversa clamorosa e due palle gol gigantesche sottoporta con Provenzano e Isufaj. 

Non è irrilevante che i 'poveri' rossoneri riescano a tener testa ai favoriti 'grigi' e ne escano con orgoglio, perché per gli ultimi non è giorno qualsiasi. Infatti mentre nella desolazione del 'Moccagatta', anch'esso svuotato dal sistema calcio che vuole tutti coinvolti intorno alle ricchissime multinazionali del calcio, si svolge questa sfida di serie C, a Roma in Piazza del Popolo si ha una svolta epocale: il Partito Democratico rinnega ufficialmente le sue origini e la sua storia e si costituisce ufficialmente come forza neoliberista a difesa del capitalismo e dei capitalisti. Voi direte: cosa c'azzecca tutto ciò col calcio? In realtà c'entra moltissimo perché il calcio, come movimento popolare e sportivo, tende a rispecchiare la società, e in una società che lascia il capitale libero di agire senza regole e dunque di far tirannia della sua rendita di posizione che assicura l'accumulo dei proventi in pochissime mani, non ci sarà più spazio per il calcio dei piccoli, delle realtà particolari, che diverrà sempre più derelitto e che sarà sempre più spinto ai margini da un sistema che in nome del profitto vuole che ad avere rilevanza siano solo le Juventus, le Inter, i Milan e così via. E' esattamente ciò che da anni succede fra la gente: le perdite sono collettivizzate e pagate dai contribuenti della classe media, i profitti sono privatizzati verso uno sparuto nugolo di soggetti, ingegno personale e piccole attività devastati dai giganti coi quali è impossibile competere, i salari crollano, le tutele dei lavoratori diminuiscono e così via. 

Anche chi parla di calcio dunque non può ignorare che il Partito nato come Partito dei lavoratori, lo stesso che richiamava milioni di persone in piazza a reclamare i propri diritti sul lavoro, oggi si coalizzi (insomma, quello che resta) non per rivendicare qualcosa per i più poveri, bensì per protestare contro un decreto, fallace o discutibile che sia poco importa, che ha in sé il principio secondo cui nello Stato Nazione Italia nessun cittadino deve vivere con un reddito inferiore alla soglia di povertà. A decretare la fine della sinistra non è dunque la critica al metodo, ma il rigetto del principio, il che poi significa che in Italia adesso le istanze di chi è penalizzato dal 'capitalismo avanzato' sono state consegnate interamente alla destra sociale, alla 'Lega' e ai cosiddetti 'Grillini', non a caso definiti con disprezzo 'populisti', ovvero movimenti che fanno leva sui sentimenti della gente comune anziché stabilire a tavolino un mondo arbitrario considerato unico possibile e imporlo con la forza (oggi propaganda): un po' come quando i rivoluzionari francesi che credevano di vedere il futuro tolsero il clero e i preti dalle campagne e si ritrovarono con i contadini armati e una guerra civile sanguinosa, con la differenza che noi non ci incazziamo mai e non sappiamo più lottare per nessun diritto significativo, forse anche perché i suddetti movimenti 'populisti' incanalano un po' di malcontento verso direzioni meno drammatiche.

In definitiva chi un tempo lottava per i salari oggi difende lo 'spread' e più o meno a tutti i livelli viene accettato come ineluttabile il percorso che sta conducendo verso un mondo in cui attori sproporzionatamente potenti diverranno (e lo sono già) inattaccabili, il che nel calcio, che è il futile ambito che qua ci interessa, significherà la cancellazione di ogni folklore dato dalle piccole realtà locali, ovvero la dissoluzione della dimensione popolare di questo gioco a favore di una dimensione aziendale e asettica condita di pubblicità e rabbia senza sentimento. In altre parole bisogna che qualcuno di metta a parlare seriamente di ‘redistribuzione del reddito’, sia nella società che nel calcio, perché anche le multinazionali, come le grandi del calcio, senza gente che compra e senza avversarie, di strada ne faranno ben poca.

E' anche per questo che da sognatori guardiamo a Favarin come baluardo rivoluzionario che in una realtà massacrata porta avanti l'impossibile con combattiva dignità e rinnoviamo l'appello alla città di riunirsi intorno a una squadra che sembra promettere impegno, lotta e anche un certo spettacolo fatto di pregevoli giocate in vista di un fine che sembra impossibile, ovvero la salvezza con penalizzazione ottenuta con due zoccoli, una ciabatta e tanto orgoglio al cospetto di ricche realtà che dovrebbero spazzarci via.



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