Porta Elisa News

Tambellini e il modello dilettantistico per il calcio a Lucca

giovedì, 20 giugno 2019, 16:38

di alessandro lazzarini

E’ l’aprile 2011, mancano due mesi all’avvio dell’inchiesta ‘Volpe nel deserto’ che sconvolgerà l’allora amministrazione Favilla a causa dei progetti per la realizzazione di un nuovo stadio che entrano nell’occhio della Magistratura, in San Micheletto si svolge una puntata speciale del programma “Rossonero” con la partecipazione di tifosi, dirigenti della Libertas e politici. Intervengono gli assessori allo sport Moschini e Cesaretti, Luca Leone, il presidente della Provincia Stefano Baccelli e il suo rivale Brunini, tutti sono concordi col progetto di ammoderamento del Porta Elisa per renderlo un impianto moderno e dotarlo di caratteristiche commerciali che possano garantire introiti a una società calcistica professionistica. L’unico contrario è il leader dell’opposizione in consiglio comunale, l’attuale sindaco Alessandro Tambellini, che raccontate le ragioni della sua presa di posizione - peraltro piuttosto giustificate e riferite al cambio di destinazione dei terreni nella periferia sud ovest, già assegnati al secondo cimitero urbano, e alle difficoltà di rivoluzionare l’area del Porta Elisa dal punto di vista urbanistico per renderla compatibile con una nuova realtà polifunzionale -, espone la sua idea di business per il calcio professionistico, ovvero una compagine dedicata alla crescita e valorizzazione di giovani talenti, arrivando a contestare il business plan di Giuliani in quanto secondo l’attuale sindaco non sarebbe mai stato possibile ottenere gli introiti inseriti nelle prevesioni. Il titolare di Cipriano Costruzioni risponde a Tambellini che, in sostanza, non è compito dei politici disquisire un business plan, in quanto non ne sono competenti, ma solo dare risposte riguardo alla fattibilità di un progetto imprenditoriale.

Si tratta di posizioni legittime ma, al di là del punto di vista che si può assumere in materia, è la prima avvisaglia di quello che probabilmente Tambellini intende debba essere la principale squadra di calcio cittadina, vale a dire una sorta di scuola del pallone in stile Tau Calcio il cui fine principale debba essere costruire e magari guadagnare su ragazzi che poi vadano a compiere la loro carriera in realtà più ambiziose. In sostanza, Tambellini sembra sempre porre l’accento sulla componente per così dire più sociale del calcio, cioè la formazione, dimenticando che il pallone professionistico, al pari di tutte le altre attività industriali e commerciali, è una forma di impresa con caratteristiche ben definite. Quella della formazione e rivendita dei giovani è sicuramente la più importante delle fonti di ricavo di cui una virtuosa società di calcio di medie dimensioni può disporre, ma non l’unica. Così come un negozio ha bisogno di affittare i locali adeguati per svolgere la sua attività, una società sportiva necessita di un impianto adatto alle sue esigenze, in affitto o di proprietà, perché è quello il secondo asset fondamentale per la realizzazione del suo oggetto sociale.

Tambellini ha ribadito in molte occasioni quello che sembra essere il suo modello da imporre a una eventuale nuova proprietà rossonera, trascurando probabilmente la parzialità della sua idea e la non convergenza verso quelle che sono le realtà presenti sul mercato. Lo ha fatto pressoché ogni volta si è palesato un nuovo possibile acquirente per la Libertas, da Grassini a Nuccilli e nel frattempo d’altra parte niente si è mosso per predisporre il territorio affinché vi possa esistere anche una realtà di calcio professionistica attuale: il Porta Elisa pare non essere più agibile, mentre nel nuovo Piano Urbanistico non c’è traccia di terreni eventualmente da destinarsi alla costruzione di un nuovo impianto. Sembra quindi che nell’idea di città portata avanti dall’amministrazione Tambellini non vi sia alcuno spazio pensato per le aziende dello sport professionistico, e quindi anche per il suo indotto e l’eventuale occupazione che ne potrebbe conseguire, né che siano intraprese affittando strutture comunali, né investendo i propri capitali.




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