Rubriche : romanzo rossonero

Una delusione trebesta

mercoledì, 4 aprile 2018, 15:55

di alessandro lazzarini

Notturna al Porta Elisa dove Libertas e Pistoiese si giocano salvezza e spareggi promozione, mentre a casa gli schermi della televisioni si illuminano per trasmettere il cosiddetto calcio che conta, quello ricco coi campioni, Juventus e Real Madrid. La scelta di giocare la serie C in contemporanea a simile evento rende ancor più desolanti le tribune, quasi ogni tifoso di Lucchese e Pistoiese infatti, tifa almeno per un'altra squadra di serie A, anzi soprattutto per un'altra squadra: è questo il destino delle realtà calcistiche delle medie città, quelle che hanno la consapevolezza che non diventaranno mai sodalizi di un certo livello in grado di ambire a determinati traguardi. D'altra parte se il calcio è lo sport più seguito in Italia e a vedere la terza serie non ci va quasi nessuno, vorrà pur dire che tutti tifano per altre squadre più blasonate e di questi tutti almeno un 50% vede il bianconero torinese.

Come si può non sorridere e riproporre per l'ennesima volta il nostro mantra sulla spettacolare natura popolare del pallone, gioco che esprime il carattere del popolo che lo pratica e lo segue. Impossibile non ritrovare in questo tifo così diffuso per la 'Vecchia signora' lo stigma del 'Belpaese', l'inclinazione naturale di gran parte della gente a sottomettersi al padrone per vincere facile, l'amore per il raggiungimento degli obiettivi con mezzucci e furberie, il rifiuto della vergogna una volta smascherati rimpiazzata dall'arroganza col quale si rivendicano comunque i propri traguardi ('tutti vogliono rubare, noi siamo solo i più bravi'). L'altra metà incarna quella parte di popolo che odia i vincenti ma vorrebbe essere come loro, poi c'è una sparuta percentuale di persone che pongono davanti al 'vincere è l'unica cosa che conta' il dogma più reietto dell'epoca moderna, 'avere dei principi ed incarnarli con dignità è l'unica cosa che mi interessa': molta di questa minoranza è sulle tribune della serie C o delle piccole squadre che non vinceranno mai in qualsiasi categoria esse siano, non si accostano al primo per il gusto di vincere a tutti i costi e sentirsi migliori degli altri, ma sposano l'amore per la propria realtà, qualsiasi essa sia.

Rossoneri e arancioni non tradiscono l'importanza della posta in palio e danno vita a una partita dove c'è quasi tutto ciò che rende la palla rotonda unica, emotivamente impareggiabile e fuori da ogni schema di prevedibile decifrazione. In primis l'ingegno, quello tattico però, non quello dei mezzucci di chi si sente così potente da stare al di sopra delle leggi: Lopez fa di necessità virtù, tiene la squadra bassa per sfruttare rapidi contropiedi concedendo il controllo della sfera agli avversari guidati da Indiani, vecchia conoscenza del calcio lucchese chiamato alla guida della Libertas dei sogni di Monticciolo, Oliveira e Carruezzo poi naufragata. Mai amato da queste parti, suole però tornare e prendersi delle copiose rivincite. Stavolta il vecchio volpone spedisce i suoi a occupare la metà campo avversaria e ossessionare con il pressing il macchinoso e tecnicamente povero fraseggio lucchese. Il copione è dunque scritto fin da subito: la Pistoiese controlla il gioco, la Lucchese attende; i primi, forti anche di una superiorità fisica evidente, giostrano sempre vicini alla porta avversaria ma quasi mai rendendosi pericolosi, i secondi le poche volte che superano la linea Maginot arancione che si alza fino a centrocampo si ritrovano fra i piedi occasioni colossali.

Ecco allora che dopo pochi minuti alla prima rottura di trincea si apre la voragine che spedisce Buratto a tu per tu col portiere ospite e la partita si sblocca, così da sfociare quasi subito in guerra aperta. Gli uomini di Indiani si riversano nella metà campo di Lopez, la Libertas spreca in modo scellerato almeno due o tre ripartenze, la più clamorosa col giovane Parker che conclude in modo orribile forse vinto dall'emozione del primo gol fra i professionisti. In ogni caso, la prima crisi isterica in gradinata si ha all'ennesimo fallo inutile dei mediani rossoneri sulla trequarti: un tifoso irrompe in escandenscenze perché non si capacità del motivo per cui sia necessario far calciare tutte queste punizioni agli inoffensivi ospiti. Così all'ennesimo fischio ne esce una staffilata che Albertoni respinge alla meglio sul centravanti pistoiese, che viene accoppato quando sta per depositare in rete. In realtà il guardalinee segnala un fuorigioco, comunque l'estroso arbitro che più volte dà l'idea di fischiare a caso non assegna né il rigore né la punizione alla difesa e si riparte come niente fosse.

La ripresa ricomincia come era finito il primo tempo, ma la spinta pistoiese si intensifica ancor più, per quanto del tutto sterile. Ci sono avvisaglie però, un paio di traversoni sul secondo palo non si sa come finiscono sui piedi o sulla testa degli avanti di Indiani che concludono in modo sballato. Non sarà un dettaglio di poco conto. Dall'altra parte è la sagra dello spreco. Damiani libera Tavanti al tiro, ma il biondino raspa il campo con una ciofeca che però si avvia comoda alla botta di Parker, che la zappa anche lui ma comunque verso la porta, il portiere para. Poi è Fanucchi che un paio di volte si trova al tiro decisivo, senza fortuna, finché proprio non gli capita l'occasione facile facile, ma pure lui la sbiascica e si rimane 1-0. Dentro Bortolussi e altro tifoso che sbotta: lo considera un mediano e oltretutto ha le scarpe arancioni, e lì giù imprecazioni.

Però gli episodi girano ancora a favore dei padroni di casa perché un pistoiese cerca di mutilare del suo bene più prezioso proprio l'uomo dalle scarpe arancioni: cartellino rosso, pantere in superiorità numerica. Partita in saccoccia? Neanche per sogno, perché i rossoneri sono fisicamente alla canna del gas e riescono a subire anche contro dieci uomini. A questo punto comincia il vero spettacolo, quello veramente popolare, e lo spettacolo è sulle tribune. La gente incredula per il dominio di quelli in inferiorità numerica sbòtta in massa, all'ennesima uscita palla al piede vanificata dai fondamentali tecnici approssimativi dei rossoneri i più anziani vengono quasi presi da reazioni che comprendono il pianto , i più diventano allenatori e cominciano a porre sulla graticola Lopez, reo di sbagliare i cambi (manco ne avesse), il più bersagliato è Bortulossi che rincorre chiunque invece di pensare ad attaccare (come se gli arrivassero dei palloni giocabili, poverino), mentre si applaude Fanucchi che malconcio lotta sempre più di tutti. Le offese verso gli avversari diventano via via più colorite, la bestemmia creativa tocca vette poetiche che farebbero invidia anche a un raduno di padani. Eccolo il colore popolare, la rabbia e la becera virtù della realtà che si palesa in tutta la sua veracità nella partecipazione al gioco.

Rimarcare il 'popolare' non è fine a se stesso, perché nell'apatia cittadina proprio una iniziativa calcistica ha destato attenzione, cioè la creazione di una squadra da parte degli 'antagonisti di sinistra' che è stata chiamata 'Calcistica popolare Trebesto'. Uso arcaico vernacolare lucchese di 'tremendo' avvicinato al concetto di popolare dunque, ma perché? Beh, nel manifesto dell'idea si legge che 'il progetto parte da un gruppo di giovani lucchesi interessati allo sport e contrari alle logiche di mercato del calcio moderno [...] il calcio è per sua natura popolare e vogliamo che sia antifascista, antirazzista, anticapitalista e antisessista'. Ora, lasciamo da parte le idee politiche, non è questa la sede in cui ci interessano, e concentriamoci piuttosto sulla sostanza di 'popolare': può qualcosa di 'popolare' essere come noi lo vogliamo? E' davvero 'popolare' qualcosa che noi decidiamo debba essere in un certo modo? Ovviamente no: è anzi artefatto, arbitrario.

Qualsiasi ideologia non sopporta il popolare, perché non lo capisce, allora lo dispregia e vorrebbe cambiarlo. Da qua nasce l'elitismo e da questo disprezzo nasce il distacco di molti partiti dagli interessi reali della gente. Ne viene quella narrazione che porta sempre in spregio qualsiasi idea non conforme ai dettami arbitrari, l'uso dissonante di aggettivi che squalificano quali 'sessista', 'omofobo', 'razzista' ecc distribuiti à la carte dal pensiero altromonidista globalista che spopola sui media: è la retorica del rifiuto per il popolo e quindi del 'popolare' che diventa pensiero dominante e cancella il diritto all'esistenza per le masse. E' quella che Pasolini chiamava la scomparsa delle 'lucciole': la 'lucciola' era la realtà dell'uomo comune che veniva rigettata in nome di nuovi Dèi, lui la imputava alla società dei consumi e la sacralizzava nelle multinazionali, così avrebbe dato l'intera Montedison per una sola lucciola. Oggi il dogma dei consumi non è più incarnato dalle multinazionali ma reificato nel pensiero di chi ne cura involontariamente gli interessi: i globalisti finanziari, che spesso si credono anche anticapitalisti. Il popolare può comprendere pensieri o idee apparentemente orribili, modi e comportamenti volgari e rozzi: chi davvero lo 'ama' e lo rispetta cerca di comprenderlo, perché ogni pensiero sociale ha una sua ragione insita nella tradizione e una motivazione razionale che ha pari dignità di ogni altra prospettiva. Gli snob invece si riuniscono intorno a un tavolino, decidono arbitrariamente come debba essere il mondo e senza alcuno sforzo di comprensione precipitano nel limbo dei reietti qualsiasi divergenza, battezzano 'haters' il volgo che sui social trova un modo per esprimere se stesso uscendo dall'oblio di rifiuto in cui i controllori dei media e del 'buon gusto' lo avevano confinato, poicristallizzano nel linguaggio il loro disprezzo. Attenzione, non è sbagliato avere idee o opinioni, è inaccettabile però chiamare 'popolare' qualcosa che è per essenza divisivo e porta con sé una premessa insormontabile: la rivoluzione è una sovversione del potere costituito, non la volontà di manipolazione dell'umanità.

Si è divagato? Si, ma era importante stabilire senza dubbi alcuni il motivo per cui la natura popolare del calcio sono le bestemmie e le grettezze dei tifosi allo stadio e non un torneo antirazzistao antiqualcosa. L'unico sinonimo adeguato di 'popolare', infatti, sarebbe 'spontaneo'. E vi possiamo assicurare che la disperazione dei tifosi rossoneri per ciò che vedevano in campo era del tutto spontanea, specie le imprecazioni indicibili che hanno colorito gli ultimi due o tre minuti, quelli in cui la Pistoiese in dieci dominava le Pantere sfociando prima in un gol annullato e poi, oltre l'ultimo secondo, nell'ennesimo traversone sul secondo palo timbrato in porta dal pisano Luperini, impazzito di gioia per un pareggio mentre Indiani si produceva elettrizato e silenzioso nell'ennesimo orgasmo dell'ultimo minuto in barba ai suoi detrattori. Polemiche per il recupero prolungato? Ognuno gioca le sue carte. Amministratori unici che non perdono occasione per stare zitti? L'accendiamo ancora. Fatto sta che la delusione trebesta dura poco, perché certo quasi chiunque fosse presente al Porta Elisa poteva consolarsi col risultato di un'altra partita che si giocava a Torino, quella dell'unico calcio che, come dicono i trebesti, i padroni del vapore vorrebbero contasse qualcosa.

 



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