Rubriche : romanzo rossonero

Lo sgambetto

sabato, 31 marzo 2018, 15:50

di simone pellico

C’è una foto che sintetizza bene la partita fra Alessandria e Lucchese: uno sgambetto di Buratto a Barlocco. I due numeri 33, che unendosi formano un doppio infinito, l’immagine in loop della partita. L’Alessandria inciampa sulla Pantera, ordinata e felina nel primo tempo, coriacea e chiusa nel secondo. La Lucchese arriva al Moccagatta con la voglia di fare questo sgambetto, per dimostrare di potersela nuovamente giocare con chiunque e mettere in tasca qualche punto salvezza. I grigi arrivano da diciannove risultati utili consecutivi, sono quinti e hanno nel mirino il gruppetto di testa. L’Alessandria dovrebbe quindi giocare per vincere, la Lucchese per pareggiare, ché da queste parti non vince dal 1990. Ma nonostante questo sono i rossoneri a prendere per mano il gioco nella prima frazione. Arrigoni e Fanucchi se la intendono e già nei primi minuti si fanno le prove di triangolazioni preziose sulla fascia. I grigi aspettano in letargo venti minuti prima di mettere la testa fuori e arrivare verso la porta difesa da Albertoni. Lo fanno con Sestu, che sarà il migliore di loro in campo. 

Poi per dieci minuti vanno in scena appuntamenti mancati, gol potenziali, traiettorie immaginarie. Azioni a cui è mancato solo l’ultimo tocco per diventare quelle decisive della partita, ma che invece non finiranno nemmeno nelle sintesi della gara. Al ventiquattresimo Arrigoni vede passare in area davanti a se la palla, su un binario a pochi centimetri da lui, che resta però fermo al passaggio a livello. Due minuti dopo sono i grigi a fare la finta, a non trovare il colpo su di un cross piovuto in area rossonera come la manna dal cielo. Manna sprecata. Passato questo momento di prove, è di nuovo Sestu a fare il pirata sulla fascia sinistra. Dribbla l’avversario, converge verso l’area e scarica sul primo palo, ma chiudendo troppo la traiettoria. Albertoni inizia a prendersela comoda sul rinvio. Lui, dio della porta come Giano bifronte è signore anche del tempo. Lo fa scorrere mentre tiene fermo il mondo, rappresentato dal pallone da calcio. Lo comprime, ne ferma la rotazione. Tutto scorre, tranne lui. Cerca il limite esatto fra la massima estensione dell’elastico e la sua rottura, fra quanto può tenere ferma la palla e il cartellino giallo. Passerà ancora una volta quella soglia. 

Pochi minuti dopo è suspense. I rossoneri sono schierati come i cipressi, come i soldati. Con le mani nella posizione rituale della barriera, a coprire il tallone d’Achille che non è un tallone e non è solo di Achille. La traiettoria della punizione di Gonzalez però mette tutti d’accordo, calciando ben sopra la barriera. Gonzalez porta la fascia di capitano, quella fascia che ad Alessandria è più una patata bollente che un pezzo di stoffa. Più una croce che una medaglia. E’ dalla C2 che la ‘C’ di capitano assume ad Alessandria il tono della lettera scarlatta. Il ciclo è iniziato con Ferrini nel 2013: centrocampista di belle speranze, investito capitano, colpito da uno pneumotorace che lo ha messo fuori gioco. Poi panchina e il passaggio a Forlì. Avanti il prossimo, Taddei nella stagione successiva. Il fantasista però la fascia in campo la porta poco perché guai fisici lo legano spesso alla panchina.

Dalla fantasia alla concretezza, da Taddei al nuovo capitano Morero. Ma la musica non cambia: non è la salsa del sudamericano ma un de profundis. Morero perde posizioni nelle gerarchie grigie e gioca con il contagocce. Il filone latinoamericano però continua, prima con Sosa e poi con Mezavilla. Ma la fascia di capitano non parla spagnolo e li punisce entrambi: prima in panchina, poi contestati dai tifosi. Possiamo immaginare quindi l’umore di Gonzalez quando si è trovato la fascia sul braccio. L’effetto è stato quello della kriptonite, il ‘cartero’ inizia a giocare male rispetto al solito. Finisce la scorsa stagione e se ne libera come di un anello maledetto: la fascia viene trovata da Cazzola, che parte ma non arriva. Due partite da titolare poi l’undici iniziale dimentica il suo nome. Contro la Lucchese è di nuovo Gonzalez a portare una fascia che sembra sempre listata a lutto per chi la porta. E la punizione va quindi fuori, non poteva essere altrimenti. 

 

Intanto dall’altra parte del campo è Arrigoni a essere chiamato a battere una punizione. La posizione sarebbe a centrocampo, ma il 4 rossonero tocca la palla, la sistema, poi la lancia, poi la ritocca in un un-due-tre-stella con l’arbitro, e praticamente arriva al limite dell’area avversaria. E si arriva anche alla fine del primo tempo. La Lucchese chiude la saracinesca e non l’aprirà più. Il secondo tempo è infatti una porta chiusa con scritto torno subito, ma non tornerà nessuno. L’Alessandria cerca di giocare e arriva vicino al colpo di grazia, ma come nel primo tempo il gol resta potenziale per mancanza dell’ultimo tocco. Su un colpo vero invece si sacrifica Dell’Amico, che fa scudo con il corpo e viene abbattuto. Nella sabbia mobile rossonera si spengono piano piano le velleità dei grigi, come stritolati da un pitone. Quando riescono a uscire dalla morsa ci pensa Baroni a rimettere le cose a posto, o il piccolo buddha Arrigoni, che grazie al dono dell’ubiquità riesce a essere in attacco e nello stesso momento a fare il mastino sulla fascia in difesa. A volte si ha la sensazione che decida di non volare solo per non distogliere l’attenzione dalla partita. 

 

 

Nessuno riesce a espugnare il fortino rossonero, nemmeno Bertoncini che in un raptus sabotatore con un colpo di testa all’indietro per poco non beffa Albertoni. Il modulo da pareggio senza punte funziona, ma nelle partite che mancano un paio di canini farebbero comodo.



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