Rubriche : romanzo rossonero

Contro i "monarchici" vince la Libertas

giovedì, 5 ottobre 2017, 12:46

di alessandro lazzarini

Non c'è niente di più assurdo nel calcio di serie C di un turno infrasettimanale con la partita che inizia alle 14,30; il calcio è diventato ciò che è non perché si tirano calci al pallone, ma per il portato di partecipazione, passione e dialettica che è riuscito a costruirsi intorno: collocare un momento di socialità nell'orario lavorativo di un giorno feriale è una scelta scellerata che umilia il gioco del pallone come momento di costume, quindi nella sua sua caratteristica di maggior valore.

E' questa però la sorte che è toccata a Cuneo e Lucchese, costrette a questa estraniante esperienza nella cornice della stadio "Fratelli Paschiero" della città piemontese, che però a chiamarlo stadio ci sembrerebbe di far torto alle arene degne di tal nome. Siamo a tutti gli effetti in un campo sportivo con due strette tribunette a ornare i lati del campo da gioco e qualche altra impalcatura di tubi innocenti dove stipare i tifosi, con ampi spazi di luce riempiti però magistralmente dai condomini circostanti, dove innumerevoli balconi si affacciano sul campo. Se almeno sui terrazzi ci fosse gente, saremmo di fronte a una scena fantastica, cioè il calcio professionistico vissuto come se fosse una sgambata in un cortile dei quartieri spagnoli di Napoli. Forse qualcuno leggendo sta già pensando che il nostro intento sia ridicolizzare l'impianto di Cuneo, definirlo inadeguato o privo d'atmosfera, ma è fuori strada. Chi ha giocato a pallone, a qualsiasi livello, sa bene che il massimo del divertimento si ottiene proprio tirando calci in un cortile per divertimento; uno degli aspetti fantastici, speciali, del gioco del calcio è proprio che basta qualcosa di tondo che rimbalza per giocarlo: tutto può diventare campo da gioco, qualsiasi cosa porta dove segnare e ogni ambiente stadio dove immaginarsi grande campione, portiere imbattibile o fantasista imprendibile.

Chi pensa che l'aspetto che rende speciale il calcio siano i soldi, le primedonne viziate e strapagate o le nevrosi da dopopartita di mediocri trasformati in opinionisti, non ha capito nulla di questo gioco che è da molti considerato il più bello del mondo. Ecco perché il campo sportivo di Cuneo, se basta alla squadra e alla città, non ha niente di cui vergognarsi e, anzi, in un certo senso è in grado più di altri contesti edulcorati di renderci la meraviglia di questo gioco, cioè il suo essere popolare al massimo livello possibile.

 Giocandosi tre partite in pochi giorni le squadre decidono di far riposare qualche giocatore titolare, la Libertas in particolare si presenta in campo con una formazione rivoluzionata rispetto all'amara domenica precedente. Le prime giornate di campionato hanno già evidenziato una certa difficoltà dei rossoneri a riuscire a far gol, che peraltro è il fine ultimo di tutto quel turbinio di corsa e passaggi che caratterizza il gioco, così un po' di scetticismo aleggia già minaccioso sugli attaccanti lucchesi, chiamati a dimostrarsi all'altezza di finalizzare il discreto gioco fatto vedere dalla squadra. Il Cuneo è formazione che viene dalla serie D, partita benino si annuncia matricola terribile, ma fin dalle prime battute si vede che per l'occasione la reputazione è rimasta negli spogliatoi, oppure che la Lucchese è in giornata di grazia. Gli ospiti infatti prendono in mano il gioco fin da subito e peraltro hanno la fortuna di trovare dopo soli dieci minuti il vantaggio. Non che la squadra finalizzi una azione in rete, ci vuole un calcio di rigore realizzato magistralmente da De Vena. E' l'undicesimo e Arrigoni dalla trequarti di destra calcia in area una punizione, un difensore di casa strattona Maini e l'arbitro assegna il rigore. E' uno di quei casi dove non si capisce mai quanto il gesto del difensore penalizzi realmente l'avversario, certo stavolta piuttosto evidente, ma alla fine nessuno vorrebbe vedersi dar contro un fallo del genere. Comunque per gli uomini di Lopez è vantaggio, corroborato da un primo tempo gestito senza troppi problemi, ad esclusione di una inspiegabile amnesia che regalerebbe al centravanti in maglia rossa una buona occasione sul finire del tempo, ma la blanda conclusione finisce a lato.

Erano le 4,20 di un mattino di 103 anni fa quando Cuneo e Lucca furono unite in uno degli eventi più eccezionali della storia sportiva italiana. Si correva il sesto Giro d'Italia, il primo con la classifica a tempo, quello ancora oggi considerato il più duro di sempre. Era il periodo eroico dello sport italiano, l'anno dopo sarebbe scoppiata la Grande Guerra e la corsa sospesa. Il giorno prima da Milano erano partiti 81 intrepidi sotto la pioggia, ne arrivarono a Cuneo solo 37, il favorito Breton si era già perso nella bufera. La leggenda vuole che la notte successiva la partenza dalla città piemontese non fosse solo il via di una tappa, ma anche la fuga da una locanda dove i ciclisti avevano arraffato salumi e prosciutti. Era la tappa Cuneo-Lucca, 340 chilometri che videro altri due favoriti, Gremo e Ganna, ritirarsi in lacrime nei dintorni di La Spezia; sotto le Mura arrivarono in 27, con Alfonso Calzolari che vinse con oltre venti minuti di distacco. Così a mezzanotte del giorno successivo dalla città murata partì quella che ancora oggi è la tappa più lunga mai corsa in un Giro d'Italia: 430 chilometri da Lucca a Roma, un'epopea segnata dal mitologico ciclista-giornalista Bordin, che correva il giro col solo intento di portarsi a casa una tappa. Stavolta per la sua impresa scelse la più estenuante e siccome la Piana di Lucca, allora come ora, era solcata da ferrovie e passaggi a livello senza sottopassi, già ad Altopascio approfittò del buio e di una sosta del gruppo in attesa del transito di un treno merci per sorprendere tutti facendo strisciare la bicicletta sotto le sbarre e, quindi, involarsi solitario nella folle fuga che è ancora la più lunga della storia della Corsa italiana, ben 350 chilometri solitari, ma senza lieto fine però, perché a pochi chilometri da Roma fu ripreso dal gruppo e l'epica tappa vinta dopo quasi 18 ore di pedalate da un giovanissimo Girardengo, che poi sarebbe diventato il campione che tutti conosciamo. Quell'anno gli organizzatori della Gazzetta dello Sport avevano proprio esagerato, le altre tappe non furono meno dure ma per poche centinaia di metri è ancora la Lucca-Roma a segnare il vertice storico dell'eroismo ciclistico. Alla fine il Giro lo vinse Calzolari, dopo vicende di tribunale e, pare, qualche minaccia e offerta in denaro per perderlo apposta; il suo antagonista principale, Azzini, sparì nel corso del delirante percorso Bari-L'Aquila della sesta tappa, ritrovato il mattino seguente addormentato in un fienile, si dice con una bottiglia di vino rosso in mano.

Sono storie di sport d'altri tempi, come d'altri tempi è la maglia che sfoggia il Cuneo, rossa crociata di bianco a riprodurre lo stemma Savoia che campeggia al centro del gonfalone della città. Gli va bene ai piemontesi che i governanti lucchesi in genere poco si interessano della squadra di calcio cittadina, altrimenti vista la maglia forse si sarebbero ritrovati fuori dagli spogliatoi un assessore a chiedergli di vestirne un'altra, perché quella che indossano incita al rigurgito monarchico. Il riferimento, che può sembrare bislacco, non è affatto casuale perché a Lucca alcuni giorni orsono si è verificato un fatto che è stato sì riferito dai giornali, ma che sembra non aver suscitato una riflessione critica appropriata da parte dell'opinione pubblica. L'assessore con delega alla 'continuità della memoria storica' e le 'politiche di genere', a quanto pare addirittura imbeccata da un giornalista, si è infatti presentata in un negozio "consigliando" alle commesse di rimuovere dalla vetrina una maglietta, ai più apparsa peraltro del tutto innocua se non simpatica, con su rappresentati due guantoni rossi e la scritta 'io ti tratto con i guanti'. Secondo l'assessore, tale maglietta era "maschilista", con il sottinteso ripreso pressoché a voce unanime dall'opinione pubblica locale che una maglietta del genere inciti a quella che viene definita 'violenza di genere'. Ora, il fatto a noi pare molto più significativo di quello che sembra, e non si tratta di stare a disquisire sul buono o cattivo gusto di un capo d'abbigliamento, ma del fatto che un rappresentante del popolo, una persona delle istituzioni, si presenti da un libero commerciante dall'alto della sua posizione di forza e potere decisionale, 'consigliandogli' di intraprendere delle azioni stabilite non sulla base di un dato oggettivo, ma sulla base delle proprie opinioni e convizioni personali. L'ideologia vede se stessa ovunque e, soprattutto, chi pensa di poter plasmare le persone a proprio piacimento pensa necessariamente che gli individui agiscano condizionati da qualche forza terza, a volte anche una maglietta.

Di certo comunque la maglietta monarchica non rende i giocatori del Cuneo cavalieri del re, perché di fatto nel secondo tempo la partita passa ancor più saldamente nelle mani della Libertas, che coi padroni di casa che provano a sbilanciarsi per pareggiare costruisce quando vuole occasioni da rete. Così dopo cinque minuti dal fischio d'inizio della ripresa De Vena arriva finalmente al gol su azione, ma anche stavolta ai rossoneri occorre parecchio più del dovuto per buttarla dentro, perché prima della stoccata del centravanti, nella stessa azione ci stanno un liscio davanti al portiere e una traversa centrata da un metro da Tavanti, il tutto coi calciatori locali spettatori non paganti del tiro al bersaglio nella loro area di rigore. La reazione dei rossocrociati è blanda e seppur produce qualche occasione mischia e qualche tiro potente da lontano, è la Lucchese sprecona in contropiede a dilapidare le opportunità per chiudere la gara ben prima del terzo meritato gol, che arriva solo nel recupero ad opera di un sontuoso Merlonghi migliore in campo.  



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